Il teatrino tricolore – Ovvero: “Lo sport italiano ai tempi del Covid-19”

Non sarà uno sfogo o forse inevitabilmente finirà per divenirlo. L’isteria complessiva che attanaglia ormai da troppo tempo questo Paese in merito al tema Covid-19 è utile, una volta di più, per disintegrare quel che resta degli imbarazzanti luoghi comuni circoscritti al popolo italiano dal dopoguerra.

Perché la verità è che non siamo “brava gente” (o per lo meno non più di spagnoli, ciprioti, algerini e via discorrendo) né  sappiamo far fronte comune nelle avversità esaltandoci nelle stesse come andiamo sbandierando sotto l’ombrellone (ammesso che, per sfatare questa asserzione, non si voglia ricorrere ai “po-po-po” dei Mondiali dell’estate 2006), al contrario preserviamo stoicamente una certa tendenza  a farci la guerra anche quando potremmo evitare, senza tralasciare il professionismo che ci contraddistingue quando andiamo alla ricerca matta e disperatissima di un colpevole che non sia l’immagine quotidiana che ci accompagna dinnanzi allo specchio.

L’emergenza coronavirus ha messo a nudo una serie infinita di fragilità che ci riguardano dalla notte dei tempi, maestose problematiche politiche che negli ultimi 50 e più anni nessuno ha neppure pensato di sfiorare investendo a proposito (e nell’ordine!) competenze, danaro e visione di insieme – tanto “hai visto mai che un’epidemia prende piede in Italia!”.

Ora il tutto fa un po’ meno ridere – o meglio a far ridere in mondovisione è solo l’atteggiamento ridicolo dell’italiano medio che “chiagne e fotte” (“fa lacrime di coccodrillo” per brianzoli e tosco-romagnoli), lamentandosi quando caricaturalizzato dai cugini d’oltralpe (che l’ironia – a ben vedere – neppure sanno cosa sia, ma questa è un’altra storia che non dovrebbe consolarci…)  rivelandosi, al contempo, tale esemplare di buon senso responsabilità  da rendersi protagonista di happy hour pomeridiani nel centro di Milano uniti a fughe notturne a bordo di Intercity destinazione Salerno che – non ci fosse da piangere – autorizzerebbero sceneggiature degne della miglior slapstick comedy di hollywoodiana memoria.

E lo sport come risponde? In perfetta sintonia con quel binomio a base di improvvisazione nobile arte del tirare a campare ovviamente, elementi – questi sì – che da sempre e per sempre continueranno a costituire il nostro DNA.

Se da un lato il calcio va fieramente verso un regime di porte chiuse, ma – attenzione – quel premio Nobel mancato del presidente della FIGC Gravina ci fa sapere che, qualora un giocatore fosse riscontrato positivo al virus, a quel punto prendere in considerazione il blocco delle competizioni diverrebbe magicamente ipotesi contemplabile (questo losco figuro non è stato ancora né internato tanto meno oltraggiato come di certo meriterebbe per il sol diritto riconosciutogli di aprir bocca) – dall’altro lato la pallacanestro (secondo sport nazionale, eh) eleva al quadrato o forse al cubo quei puntuali leit motiv di cui sopra, sfaldando i campionati in corso, interrompendoli tutti, riprendendoli, giocando a porte chiuse, interrompendone di nuovo alcuni con annesso regime di “pseudo autogestione” di altri. Avanti così, verso l’infinito ed oltre.

Con il blocco della Regione Lombardia delle ultime ore, gira voce che qualcuno – datemi il nome, vi prego, così da isolare il suo buon senso su un’ isola a largo dell’Egeo – deve aver fatto timidamente notare a qualcun altro (del cui nome ribadito ancora sento, in tutta onestà, di poter fare a meno, rischio nausea non – da COVID 19) che mandare avanti una programmazione non programmata né programmabile smette di aver senso prima di iniziare, ancor più in un contesto all’interno del quale il contatto – come tradizionalmente inteso – la fa da padrone.

Dilettantismo, dilettantismo e ancora dilettantismo (con accezione/intonazione rigorosamente furiosa): in questi ultimi minuti tante squadre, in trasferta per una strana ripresa ufficiale senza pubblico a rendere uno spettacolo LO spettacolo (a proposito, grazie LeBron James per aver urlato alla seconda più grande lega sportiva del cosmo che – con i seggiolini vuoti –  non saresti neppure sceso a far riscaldamento allo Staples), sono state raggiunte in sede e con proverbiale tempismo zen – dalla notizia che forse meglio fermarsi per un’altra settimana e fare marcia indietro, tanto un po’ di disturbo arrecato cosa vuoi che costi? La situazione è talmente ridicola che nessuno più sembra stupirsene né denunciare delle atmosfere che nulla hanno a che vedere con il senso autentico di chi fa sport in un Paese normale.

Il fatto è che questo non è un posto normale, non lo è a causa di ciascuno di noi. A causa di chi scrive queste righe di sfogo, a causa di chi mette gli interessi commerciali persino dinnanzi alla salute degli esseri umani, a causa di questi ultimi che fanno in modo che si possa giocare con l’intelligenza ed il buon senso di loro stessi e dei propri simili.

Fermate questo circo e vergogniamoci anche un bel pò, sarebbe un vaccino di quelli efficaci.  Ritornelli del tipo “meritiamo l’estinzione” hanno tutto il senso del mondo. Bontà nostra.

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