Matera e il fascino senza fine della persistenza degli opposti

Avevo promesso a me stesso di non farmi ipnotizzare troppo dal fascino degli opposti che senz’altro avrebbe condizionato la mia notoriamente poco credibile imparzialità nel giudicare la bellezza della capitale europea della cultura 2019. Ebbene, promessa persa miseramente.

La città dei sassi colpisce in maniera letale, in alcuni momenti sembra infastidita dal turbinio di gente intenta a prenderla d’assalto e a percorrerla in lungo e in largo. Un vento gelido attraversa il corpo stanco di un viaggiatore in missione per conto dell’Arte, quella che, in un “regno magico” di tal genere, deve necessariamente coniugarsi in infinite forme intellettive.

E’ al confine tra notte e giorno la prima persistenza degli opposti che Matera ha saputo regalarmi: le luci del buio – consce di una nuova alba vaticinatrice di atmosfere “realisticamente oniriche” – fanno a gara per asciugare le lacrime degli sconfitti in un mondo sull’orlo di una crisi di nervi. Ma al contempo rallegrano, accarezzando i sogni spezzati di un gruppo di vitelloni intenti a godersi un briciolo di gioventù combustionata alle porte di un birrificio chiuso per troppa finta allegria.

Vuoto e pieno raccolgono il testimone relativo al discorso sulla persistenza degli opposti: Matera è esaltata da tale dicotomia con gli spazi non marcati che assurgono ad un ruolo chiave nella trama di un romanzo in cui aspettare Godot – al netto dello scenario circostante – è tutto fuorché una sfiga. 

Sogno e realtà, per concludere, fanno il resto: la mostra dedicata a Dalì è un tributo non solo alla grandezza di un’artista fuori dal tempo cronologico ma – di riflesso – persino una confessione atemporale di una città la cui essenza flirta e non poco con la Venere di Milo a cassetti rappresentata dall’artista catalano.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *