In fondo è solo vita… [La storia di Karl Sullivan]

Raymond Carver ha affermato con schiettezza e convinzione tutto quanto è realmente riferibile all’amore. Siamo dei fottuti principianti, intenti a definire qualcosa che non sappiamo neppure cosa sia, ecco tutto. Gli uomini sono destinati a riempirsi la bocca d’amore senza rendersi conto dell’inutilità di tale processo in relazione all’argomento in questione.

E’ l’inumanità degli uomini a rendere l’amore inapplicabile, ecco tutto. Semmai l’amore fosse contemplabile in tutte le sue sfaccettature o accezioni, non sarebbe certamente la specie umana a declinarlo. Probabilmente un tentativo lo farebbero a ragione gli organismi vegetali, sospinti dall’insostenibile leggerezza dell’essere e non dell’esserci. Sarebbe per l’appunto solo un tentativo, ma i bookmakers privilegerebbero questo a qualunque altro.

Il fluire del tempo – applicato agli esseri umani – smentisce ogni ambizione alla pratica amorosa tout court, perché il tempo cambia ogni cosa, smorza ogni sentimento, annulla ogni brivido. 

Kate scuoteva il capo e sorrideva con il Bloody Mary anacronisticamente sospeso in attesa di quelle labbra così uniche nel loro genere, così naif nella loro semplicità, così candide in inverosimile sensualità. C’era arte a iosa in quella posa da Belle Epoque, una delle sue ad onta di chi sosteneva che gli attimi di bellezza sono sparuti e persino irreplicabili. Una settimana con Kate, e tutto cambia.

“Stai facendo esattamente quello che fanno tutti, blateri e pontifichi…e neppure ti sforzi di essere originale…”

“L’originalità non è un requisito del nostro secolo bensì di quello passato” – sentenziò deciso ed al contempo sfinito lui.

“Perché non provi a parlare d’amore per sottrazione?”

“Servirebbe a qualcosa?”

“Magari a schiarirti le idee, Karl”

Aveva ragione? Affatto. Ma valeva la pena di stare al gioco. Cominciò a parlare d’amore per negazione ma lo fece sottovoce, privando l’altra di ogni riflessione. Proseguì per un paio di minuti, poi sorrise.

“Va meglio?” – domandò lei conscia della risposta affermativa che di lì a qualche secondo sarebbe giunta.

“Molto meglio, Kate. Credo di amarti”

“Credo di amarti anch’io, Karl”.

Fu una flebile consapevolezza che permise loro di fare un pezzo di strada insieme, al resto pensò il tempo. Finirono con l’odiarsi prima e divenire perfetti sconosciuti poi. Si persero di vista, chi sembrava amare di meno era in realtà colui che amava di più. In tutta la sua follia esistenziale, Karl era quello che amava di più. Per troppo tempo ebbe paura di urlarlo al mondo perché aveva sbagliato tanto, troppo. E tutto per un solo, crudele motivo: troppo odio nei confronti di sé stesso. Il giorno in cui seppe assolversi da misfatti mai commessi avrebbe potuto donarsi a Kate. Ma Kate non c’era più. Kate amava un’altro.

Ci fece due splendidi bambini. Un maschio ed una femmina, la famiglia perfetta. Lui era l’uomo giusto per lei, una persona normale. A serious man. La rivide esattamente dodici anni dopo l’addio alquanto teatrale nel parco della loro città, con il fiume irato a fare da colonna sonora. 

Lei non lo riconobbe, incredibile ma vero. Il cuore di Karl, invece, batteva all’impazzata come la seconda volta che la vide, ovvero, il momento in cui se ne innamorò. Perdutamente. La prima volta non fu quella magica. A lei raccontò l’esatto contrario Lo fece perché si sentiva uno stronzo a non essersi perso in quegli occhi in men che non si dica. Una delle innumerevoli volte in cui non si senti alla sua altezza, pur dando l’impressione che le cose non fossero affatto così.

Camminava con i suoi due meravigliosi bambini, la piccolina in particolare ricordava sua madre. Karl fu impressionato da quanto l’essere genitore le calzasse a pennello. Era sempre stato il prototipo della donna in carriera e pensarla in vesti diverse era qualcosa di poco contemplabile. Ebbene, col tempo cambia davvero ogni cosa.

Sentì una fitta al cuore nel rivederla, un vuoto prese ad assalirlo e si sentì prossimo ad urlare a squarciagola il suo nome. Per chissà quale motivo ebbe l’ardire di resistere, entrò in un bar all’angolo della strada e prese fiato con un tizio sula trentina che gli chiese perché continuava a fissarlo. 

Non stava realmente fissando quel tale quanto piuttosto guardando in qualsiasi direzione diversa dalla traiettoria imposta all’unisono da cuore e cervello. Uscì nuovamente in strada ma Kate non c’era più. Sparita. 

Si sentì simultaneamente sollevato ed avvilito. Prossimo ad una crisi di nervi e quanto mai intenzionato a fare un giro sulle montagne russe. Optò per questa soluzione, finì col rimanere alle giostre per circa due ore e si chiese perché mai, durante la loro relazione, non avesse mai portato Kate in quel posto così magico, unico e strano. 

Non riusciva davvero a trovare una risposta, stava per abbandonare il paradiso dei bambini quando uno di questi prese ad afferrarlo all’altezza dei pantaloni al solo fine di attrarre la sua attenzione verso il basso e disse: “Mi riporti dalla mamma?”

Era il figlio di Kate. Si era perso e nel farlo aveva trovato Karl. Il cerchio stava per chiudersi.

Ci vollero quarantasette secondi per trovarsi faccia a faccia con Kate, spaventata a morte dalla scomparsa di suo figlio ed accompagnata nelle ricerche da un agente di polizia in affanno a causa della veneranda età.

Si fissarono per qualche istante con il piccolo in braccia a sua madre che tratteneva le lacrime a stento.

“Non so come ringraziarla, dico davvero…”

Continuava a non riconoscerlo.

“Si…si figuri…nessun problema…”

“E’ una peste, sua sorella mi ascolta sempre e comunque ma lui non vuol proprio saperne…”

“E’ un bravo figliolo, le darà soddisfazioni”

“Lei crede? Per ora solo pensieri e preoccupazioni”

“I figli sono anche questo…”

“Può dirlo forte, signor…?”

“Ron, Ron Vernon, per servirla”

“Piacere di conoscerla, Ron. Io sono…”

“Kate Oliver” – la interruppe.

“Come fa…come fa a sapere il mio nome?”

“Ho chiesto al  mascanzoncello il nome di sua madre e lui me lo ha riferito…”

“Ah, capisco!”

“Addio, signora Kate. Buona fortuna e sorrida. Sorrida sempre e comunque. Ci sarà tempo per il dolore. In fondo, è solo vita…”

Kate non ebbe il tempo di rispondere ma quella frase, quell’ultima battuta non riuscì a togliersela dalla testa. “In fondo, è solo vita…”

Nel cuore di quella stessa notte, un sussulto. Fu un sogno a ridestarla dal torpore della dimenticanza. Quell’uomo era Karl. Karl Sullivan. “In fondo, è solo vita” – il titolo del suo romanzo, quello consacrato al loro amore.

Per anni aveva combattuto ogni discorso sull’amore ma finiva sempre allo stesso modo, con il sentimento per Kate – per quanto malato, sbagliato o incoerente – a spuntarla. Sempre, comunque, dovunque. Era un perdente, un illuso, un coglione. Troppo poco per Kate Oliver. 

Appena prime di morire Karl Sullivan capì perché non aveva mai portato Kate alle giostre. In quel posto, Karl avrebbe finito con l’odiarsi un po’ meno, un lusso che – in quella farsa di vita che si era costruito – non poteva proprio permettersi.

Kate non seppe mai la verità, Karl era tante cose insieme,  su tutte – a detta della stessa Kate – la persona con più anime in guerra una contro l’altra. 

Non era una persona facile da amare, decisamente no. Ad accompagnarlo il giorno del suo funerale poche persone, tra queste Kate Oliver. Se ne andò senza far troppo rumore, consapevole dei fastidi arrecati in gioventù e deciso a ringraziare chi lo aveva stoicamente sopportato togliendosi di torno per quanto possibile.

Qualche parola la spese per lui l’amico di una vita, Mike Lindsay. Sembrava davvero sconfortato per la morte di Karl. Disse che era un brav’uomo, fuori di testa sì ma unico nel suo genere, predisposto al dolore ma in grado di amare.

Kate si ridestò per la seconda volta ed ebbe la sensazione di non aver capito davvero nulla di Karl Sullivan. Forse non per colpa sua, forse neppure per colpa di Karl. Forse solo e soltanto a causa della vita.

Ma che importa!

“In fondo è solo vita”

 

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