Ernst Toller e l’imperterrita ciclicità della Storia

Perdersi nelle pagine ingiallite di “Una giovinezza in Germania” di Ernst Toller è una di quelle esperienze destinate a scalfire l’animo di un lettore alla ricerca del più classico ponte tra dimensioni spazio-temporali in apparenza inconciliabili eppure incredibilmente contingenti.

L’autore tedesco di confessione ebraica racconta, attraverso un’autobiografia sui generis, qualcosa in più di un’esistenza consacrata all’impegno politico nel complesso primo dopoguerra; l’intenzione di un’opera sincera è quella di testimoniare il fallimento di un’ideale di nazione che, appena in anticipo rispetto all’esperienza weimariana, riuscisse a mettere al centro della scena la solidarietà sociale e le rivendicazioni di chi il primo conflitto mondiale lo aveva subito più di chiunque altro sulla propria pelle.

Il sogno di una rivoluzione intrinsecamente precaria sfociata in un ancor più instabile e soggetta a turbolenze Repubblica dei Consigli Bavarese diviene in pochi istanti viatico della triste realtà consumatasi in seno a consapevolezze ben messe a fuoco dall’autore che di quel momento storico ebbe comunque il coraggio di essere protagonista. L’autobiografia di Toller, di riflesso, funge da atto di auto-accusa nei confronti di una generazione incapace di cogliere il senso profondo della macro-politica che, se a Monaco vedeva i giovani intellettuali del tempo impegnati a costruire uno stato “sovieticamente proletario”, in quel di Berlino si espletava nel timore del bolscevismo ad ampio spettro ed il conseguente tradimento di una socialdemocrazia lacerata, sempre più spinta a destra per interessi personali nonché prossima ad un nefasto passaggio del testimone nei confronti del nazionalsocialismo.

E’ dunque la Storia il vero protagonista di un volume che riesce quasi grottescamente a ritrarre l’attualità dei nostri giorni, il folle nazionalismo che inonda un’Europa ormai dimentica della propria missione e dei valori costitutivi. Scrive Toller:

“In tutti i paesi si leva un’ondata di cieco nazionalismo, di ridicolo orgoglio razziale: devo anch’io cedere alla follia di questo tempo, al patriottismo di quest’epoca? […] Le parole «Sono fiero di essere tedesco» o «Sono fiero di essere ebreo» suonano al mio orecchio altrettanto dissennate come se sentissi dire ad un uomo «Sono fiero di avere gli occhi castani».

 Ed ancora, proprio a proposito di Europa:

“Così come un piccolo sensale aspetta il listino serale di borsa, ansioso di un nuovo guadagno e nuovi profitti, e tutt’a un tratto un terremoto inghiotte lui e la borsa: allo stesso modo l’Europa insiste nel suo cammino di rovina”.

Eccola insomma, neppur così tanto in controluce, l’anima di un esperimento letterario perfettamente riuscito nella misura in cui la ciclicità della Storia coniuga il tema fondante relativo alla riluttanza dell’uomo dinnanzi al peso delle proprie responsabilità, quelle a cui in fondo è impossibile sfuggire.

Il fallimento politico-esistenziale di Toller e compagni è senza dubbio alcuno il momento  più sottostimato nella inesorabile corsa ai drammatici fatti del 1933, impossibili da comprendere nella propria essenza se a digiuno delle dinamiche storiche a cavallo della Repubblica di Weimar, la cui eccessiva democratizzazione in tema di Costituzione promulgata finirà col diventare elemento cardine di debolezza in un momento storico in cui occorreva invero rilanciare la sfida ai nascenti dispotismi facendo leva su decisioni impopolari.

C’è questo e tanto, tantissimo altro nel poco apprezzato dai più capolavoro di Ernst Toller, la cui dedica iniziale rivolta alla Germania di domani (ovvero, di oggi), senza timore di poter far torto all’autore, sembra possa essere estesa all’intera Europa di un presente che continua sempre più ad odorare di passato nefasto pericolosamente accantonato.

Eppure, al momento dell’uscita dell’opera fatalmente coincidente con il rogo dei libri di quel maledetto ‘33, Toller ci aveva avvertiti. Lo aveva fatto a modo suo. Con coraggio, ancora una volta:

“Nessun errore o colpa, nessuna debolezza, nessuna incapacità saranno dissimulate in questo libro: né le nostre, né quelle altrui. Per essere onesti, bisogna sapere. Per essere prodi, bisogna capire. Per essere giusti, non si deve dimenticare. Quando ci opprime il giogo della barbarie, bisogna lottare, e non si può tacere. Chi tace in un tempo come questo, tradisce la sua missione di uomo”.

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