E non si torna indietro come ha fatto Minala (La scelta)

Ieri un amico mi parlava di una scelta che di lì a poco avrebbe cambiato la sua vita. Era ad un crocevia, non ne poteva più di titubare in balia di pensieri contrastanti che non facevano altro se non logorare la sua povera mente.

Non lo vedevo da tempo e, sin dal primissimo istante in cui i nostri sguardi si sono incrociati, ho percepito nel suo volto una sorta di morbo tutto emotivo che lo stava consumando dall’interno con evidenti ripercussioni somatiche.

Mi ha spiegato di trovarsi dinnanzi ad un bivio, due strade estremamente diverse accomunate dall’incapacità di diventare la prima scelta del malcapitato.

Nel resoconto degli ultimi tempi il mio amico farfugliava concetti contrastanti esprimendosi ad un ritmo linguistico cui facevo quasi fatica a star dietro. Era l’ennesimo segnale del malessere che non voleva saperne di abbandonarlo. 

Diceva di aver preso in considerazione ogni aspetto di quella scelta e – più di ogni altra cosa – percepiva il peso specifo insito in essa. Mi ha detto che avrebbe finito col prendere la decisione sbagliata perché quella era la storia della sua vita.

Ha preso fiato e poi continuato esponendo una teoria tutta sua per cui, nel tempo e col tempo, quando cominci a commettere errori in serie dinnanzi a certe biforcazioni finisci con lo sbagliare strada pur non volendo. L’errore diventa una sorta di riflesso condizionato che ti porta sbagliare perché è quello che ti riesce meglio, quello che inconsciamente vuoi perché nell’errore e nel fallimento finisci col riconoscerti.

Sulla prima mi è parso un atteggiamento piuttosto estremo che mi ha lasciato non poche perplessità vista la natura non certamente tale del soggetto in questione, poi, riflettendoci un attimo, ho capito cosa intendeva.

Era in vortice di insicurezza, negatività e delusione data da troppi stop esistenziali (vissuti da lui come fallimenti) che lo portavano a vedere un trend anche laddove esso non poteva definirsi come tale. In termini concreti, non stava facendo altro se non mettere in fila una serie di esperienze negative ed accomunarle in virtù di un suo presunto atteggiamento sbagliato in termini di scelte che avevano inevitabilmente portato a quello “stato”, al suo “stato” che mai più lo avrebbe abbandonato. Una sorta di maledizione dell’essere in evoluzione, o meglio, in devoluzione.

Non ero in grado di rispondere granché perché temevo di poter risultare banale o, peggio, di metterlo ulteriormente in crisi con considerazioni specifiche di sorta. 

Passato qualche altro istante, gli chiesi se era in grado di fare il processo inverso, ovvero, non considerare quale delle due strade fosse quella giusta ma quale quella meno appropriata. Mi sembrò una domanda stupida appena tre secondi dopo averla formulata ma, vista la reazione, non dovette evidentemente esserlo.

Sgranò gli occhi a mo’ di rivelazione e mi disse che la follia del tutto era data proprio da questo: lui – inconsciamente – riconosceva in una delle due strade quella meno giusta ma, proprio per questo motivo, non riusciva a considerare l’idea di non percorrerla. 

A ben vedere, insomma, aveva già scelto. Aveva scelto la strada sbagliata per il fascino che essa esercitava su di lui. 

Gli dissi di pensarci bene, di uscire da certi schemi perché questa decisione avrebbe pesato più delle altre sul resto della sua vita. Che non avrebbe avuto altre occasioni perché – in certe situazioni come non mai – non si può tornare indietro.

Disse che ne era ben consapevole e percepii immediatamente la veridicità di tale affermazione.

Non seppi cos’altro aggiungere perché non era evidentemente il caso di continuare a proferir parole inutili. Bevemmo due caffé volutamente amari e per qualche istante prendemmo in considerazione di brindare con essi ad una nuova categoria esistenziale nei confronti della quale percepivamo entrambi una sorta di malcelata ossequianza. 

Alla fine, ci alzammo dal tavolino di un bar dimenticato dagli uomini e da Dio e percorremmo un pezzo di strada insieme con il cielo in sottofondo intento a promettere un temporale da lì a qualche istante. Non fummo condizionati dalle avvisaglie dall’alto, in fondo, non lo eravamo mai stati entrambi.

Trascorsi forse dieci o quindici minuti, venne il momento dei saluti. Non avevamo scambiato una parola lungo tutto il tragitto che non sapevamo dove ci avrebbe condotto. Non fu il cielo a dirci che era il momento di tornare a casa quanto il fatto che, piuttosto incredibilmente e senza che lo volessimo, ci ritrovammo al parcheggio dove le nostre auto erano ferme l’una accanto all’altra. 

Eravamo giunti dove avremmo dovuto ma lo avevamo fatto senza accorgercene. Avevamo preso forse la strada “sbagliata” ma senza pensare che potesse effettivamente esserlo, senza considerare l’esistenza di una alternativa ad essa che potesse rivelarsi come “giusta”.

Non c’erano state categorie a condizionare il nostro percorso, nient’affatto di simile; camminavamo immersi nei nostri pensieri che, forse almeno per qualche istante, si sono fusi al punto da divenire un tutt’uno fino a ritrovarci magicamente nel posto in cui le nostre strade si sarebbero separate per un lasso di tempo difficile da quantificare.

Non potei fare a meno di accorgermene quando lui era già lontano. Nel prenderne atto devo aver abbozzato un sorriso che oggi rammento con piacere.

Sono certo che abbia fatto altrettanto anche lui, il difficile sarà custodirlo – quel sorriso –  quando arriverà l’inverno. Ma questa è un’altra storia.

 

 

 

 

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