Cosa ci insegna la conferenza di addio alla Roma di Francesco Totti

Si è da poco conclusa la conferenza stampa attraverso la quale Francesco Totti, prima capitano e poi direttore dell’area tecnica della AS Roma (almeno pro-forma), ha ufficialmente comunicato il suo arrivederci al club giallorosso. Un momento storico per il calcio capitolino ed in un certo senso per l’intero movimento italiano al netto delle dichiarazioni roboanti rilasciate dal “Pupone” in merito alla sua prima esperienza – che pare persino un ossimoro definire tale – da dirigente. 

Premessa: la particolarità della conferenza tenutasi questo pomeriggio al Salone d’onore del Coni e moderata dall’ottimo Paolo Condò è tale in primis per i toni quanto mai scanzonati che appartengono all’uomo/personaggio Totti, toni volutamente enfatizzati in un momento sportivamente drammatico per il pubblico di fede romanista ma che fungono da salvagente in un contesto storico ed in un calcio che ha sacrificato l’immediatezza e la spontaneità sull’altare del politically correct e delle frasi di circostanza che hanno stufato giornalisti, addetti ai lavori e soprattutto appassionati.

In seconda istanza, impossibile non maturare la consapevolezza della storicità di un momento che rappresenta un punto di non ritorno nella storia di un club che – a partire dal 18 giugno 2019 – entra in una nuova era geologica nei confronti della quale dubbi amletici ed aspettative contrastanti vanno di pari passo.

Una nuova vita – quella agognata dalla proprietà giallorossa alla luce delle dichiarazioni di Totti – nel corso della quale i caratteri della romanità applicata alla routine di Trigoria smettono di avere quel peso specifico che nel tempo e col tempo personaggi del calibro di Sensi, Totti e De Rossi avevano rivendicato ed assunto a cifra stilistica di un processo di identificazione cruciale nell’atto di definizione della AS Roma ipse.

La Roma degli americani da quest’oggi sceglie un’altra strada, si “aziendalizza” tramite “deromanizzazione”, fiduciosa attraverso una scelta evidentemente impopolare di poter ottenere risultati importanti. Già, ma come? Con quali metodologie? E’ forse questo il vero problema, ancora una volta appellandoci agli indizi che non necessitano certamente di interpretazioni coraggiose e che ci vengono forniti proprio dal fiume di parole di Francesco Totti.

Un Pallotta mal consigliato da dirigenti che avrebbero pugnalato il capitano alle spalle (sue parole), un Baldini che prende decisioni fuori dalle sue competenze e direttamente da Londra e nel complesso una proprietà lontana anni luce dalla routine della base trigoriana, sempre  più orfana di una figura di riferimento che sappia e voglia far rigare dritto un ambiente nel quale la cultura vincente diventa, ogni giorno di più, una chimera.

E’ così che la AS Roma si presenta quest’oggi agli occhi del mondo intero, cortesia ancora una volta delle dichiarazioni del più grande simbolo contemporaneo che la romanità conosca: tra le domande dei giornalisti accorsi ben prima delle 14 nel Salone del Coni c’è n’è forse solo una che Totti dribbla come era solito fare in mezzo al campo ed ha a che fare con le reali intenzioni di Pallotta di investire a Roma (questione stadio e poco altro oppure progetto sportivo reale?). Un silenzio che vale più di mille parole e che forse rende meglio comprensibile lo scoramento di una proprietà che pare aver compreso che il senso del proprio business – oggi come non mai – rischia di non poter venir soddisfatto così come inizialmente partorito all’ombra del Colosseo.

E se il business non decolla perché mai sobbarcarsi il peso ingombrante dei pochi marchi di romanità globalmente identificata? Meglio bruciare ogni cosa e ricostruire a partire da zero, affidandosi a degli yes men che sappiano orientare la pseudo programmazione societaria nella direzione non meglio stabilita né dichiarata dagli pseudo responsabili di quella stessa società.

La nuova era geologica della AS Roma non inizia sotto una buona stella; l’impressione è che ci sarà da soffrire, che le tenebre avranno la meglio per un bel po’, almeno fin quando coraggio di invertire davvero la rotta non rimi con programmazione certosina che possa rendere una rivoluzione sportiva e culturale un po’ più applicabile in un contesto particolare quale quello di Roma. Ed invece, le sensazioni sono diametralmente opposte – purtroppo per i sostenitori giallorossi. Il termine “galleggiamento” comincia irrimediabilmente a far breccia in seno ad una romanità ormai disconosciuta, masticata e sputata via da una proprietà che sembra aver fatto propri tutti i minus aziendalisti del Belpaese a dispetto di criteri razionali e persino etici cui sarebbe invece saggio affidarsi in momenti di congiuntura economica e progettuale tanto indefiniti.

La Roma riparte da addetti ai lavori che hanno già fallito in partenza, ai quali non verrà concesso il beneficio del dubbio semplicemente perché hanno dimostrato di non poter essere all’altezza, non solo dal punto di vista dirigenziale ma soprattutto per quanto concerne la sfera umano-relazionale. E’ questo un ambito troppo importante a determinate latitudini, e chi conosce la realtà giallorossa non potrà non convenire su un tema che riguarda proprio quella romanità da sempre condizione imprescindibile per poter operare in una città che si nutre del legame naturale con la propria rappresentanza calcistica. Non è tanto una questione di risultati che potrebbero o non arrivare, quanto ancora una volta di un problema che flirta irrimediabilmente con la mancanza di un processo metodologico che possa dirsi ancorato ad una base solida. 

In questo scenario post-apocalittico a rimetterci sono ancora una volta i tifosi, quello zoccolo duro di sostenitori che non hanno mai smesso né cesseranno di camminare al fianco di una fede che va al di là dei singoli interpreti di uno sport sempre più in rovina. In un momento storico nel quale i crismi della romanità paiono ormai banditi dalla città, tocca ai romanisti far sentire la propria voce ed invocare quella vera ed autentica rivoluzione che chi dirige attualmente la società finge di voler perseguire pur non avendo competenze, desiderio e reale interesse ad applicare. Non sarà facile riuscire a far cambiare idea a chi si rifiuta di vedere il mondo da una diversa prospettiva, ma la posta in palio è troppo alta per sottrarsi ad un conflitto che sembra appena iniziato. Difficile immaginare chi riuscirà ad avere l’ultima parola, ma quel che è certo è che ogni business per essere realizzato necessità di un target motivato ad acquistare un prodotto che sappia nel tempo rimanere appetibile agli occhi dello stesso consumatore. E’ la prima regola del mercato, eppure qualcuno sembra averla dimenticata. Sicuri che sia  il caso di seguire l’onda lunga di certe gravose dimenticanze? 

 

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