“Bisogna tentar di vivere”, Carmine Lione, La fine dell’inverno

S’alza un vento amico

mi pare di conoscerlo.

Non graffia le reni spezzate e si fa contemplare

indosso un vestito umile di lapislazzuli

seduto in riva al mare

sporco d’umana consuetudine…

il mare.

 

Offre ai bagnanti frutta fresca

servita alla maniera degli dei

in coppe auree che invitano a convivi messianici.

Sghignazza fuori e medita dentro

la fine dell’estate

così lontana dall’agire comune

eppure distante un battito di ciglia,

come l’ultima volta

e quella prima ancora.

 

Luglio in città,

gli amanti d’una notte di luna piena

di ritorno ai propri anonimi offici

dopo essersi amati e non trovati

affogano inermi e gaudenti nella prosa della vita,

così distante la poesia.

 

Le vie del centro ad ora di pranzo

ritrovano un silenzio edeniano,

il sole irradia l’asfalto quasi liquefatto,

l’afa annichilisce i suicidi teatrali

rimandati non a data da destinarsi

ma solo a tarda sera

quando il fiume che taglia in due la città

nel buio fitto che attraversa ogni cosa

sarà chissà beneficiario d’una lieve brezza,

piaccia così al vento dell’acqua amico.

 

E allora le onde,

ingiallite di Dash ammorbidente

solidale col piscio della malata gente,

non potranno far manifesto il proprio cuore.

Sarà nero nel mondo nero d’un fiume nero

cui consegnare corpi neri d’anime affumicate.

 

 

E tutt’intorno brindisi di mezzanotte,

cin-cin al rettile ingordo che mastica vita

volti indistinguibili d’una giostra che non si ferma mai,

dramma iscritto nelle spoglie amiche della commedia

di cui ciascun dev’ergersi a macchina attoriale.

 

Aquiloni piangenti ritrovano spinta nel cielo,

il tramonto del dover essere.

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